I sussidi di cui non si parla

Costi della politica, sovvenzioni all’editoria, sprechi della Pubblica amministrazione: il nuovo vento rigorista, scandito dalle manovre correttive dei conti statali, spinge anche ampie fette della pubblica opinione a confrontarsi con il tema della spesa pubblica. Non senza, però, omissioni e parzialità. C’è per esempio un importante “sussidio” statale di cui poco si è discusso finora, quello destinato alle imprese. Leggi Affondati dalle manovre. Storia di una malasorte (politica). Da Scialoja a Tremonti, come sono finiti i ministri dei sacrifici
19 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 18:15 | 5 AGO 20
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Il dibattito si svolge per ora in modo ovattato, come ha raccontato il Foglio del 15 dicembre; anche se su questo fronte si è attestata preventivamente la Confindustria di Emma Marcegaglia, che facendosi anche scudo delle pessime previsioni del suo centro studi (pil e occupazione in calo nel 2012) ha messo le mani avanti: “Su 30 miliardi di sussidi nominali, solo 2,7 vanno alle imprese private, il livello più basso d’Europa – ha detto due giorni fa – Se vogliamo tagliarli in cambio della riduzione dell’Irap, siamo disponibilissimi”. In realtà la questione si intreccerà con la riforma del mercato del lavoro – non differibile in base alle promesse di Monti e alle richieste europee – rischiando di saldare un nuovo schieramento concertativo sindacale-industriale. Ecco il rischio politico per il tecno premier. “Il governo Monti si è finora mosso con logica top-down, il superstato che tutto fa calare dall’alto”, dice al Foglio Riccardo Gallo, economista e ordinario di Economia applicata alla Sapienza di Roma, ex vicepresidente dell’Iri. “La sua visione è di un governo-cartello che finisce col misurarsi con altri cartelli. Dovrebbe invece agire con una strategia bottom-up, partendo dal basso. E’ più faticoso perché implica una revisione caso per caso, nonché l’abbandono della logica degli aiuti ad aree o settori. Occorrono poi economisti industriali, e nel governo non ne vedo”.
Il problema è acuito dalla mancanza di un’idea certa delle grandezze sulle quali intervenire. In un saggio pubblicato di recente, Guido Nannariello, dirigente del servizio studi dipartimentale della Ragioneria generale dello stato, e Antonio Affuso, anche lui del ministero dell’Economia, ammettono: “La quantificazione delle risorse è laboriosa e non priva di insidie. Alcune categorie di spesa che non sembrerebbero direttamente collegate alle imprese in realtà vedono proprio queste ultime come beneficiarie; viceversa, altre che sembrerebbero destinate alle imprese private, in realtà includono trasferimenti a soggetti come le imprese pubbliche o gli enti di regolazione e vigilanza”.
Ma il tentativo di quantificare questi aiuti non può che procedere assieme al tentativo di rispondere a una domanda di fondo: di cosa parliamo quando parliamo di “sussidi”? Sempre secondo la Ragioneria dello stato, sono almeno sei i tipi di incentivi industriali, per un totale di 72 miliardi di euro nel 2010.
I veri e propri “incentivi alle imprese” sono risorse direttamente trasferite alle singole aziende, che assieme ai due tipi di agevolazioni indirette (“incentivi fiscali” e “incentivi contributivi e previdenziali”) pesano in tutto quasi 12 miliardi di euro l’anno. Poi ci sono i cosiddetti “incentivi di settore”, ovvero 11,964 miliardi destinati appunto non alle singole società ma al settore nel complesso (vedi per esempio la promozione di determinate produzioni). Aggiungendoci i trasferimenti alle imprese di pubblico servizio (43,583 miliardi) e quelli agli enti locali (4,47) si raggiunge la cifra record di 72 miliardi. Per fare qualche esempio più concreto, nel libro “Mani bucate” (Chiarelettere, 2011), il giornalista Marco Cobianchi cita le tre leggi che “sono costate di più alle tasche degli italiani nel periodo 2003-2008”. Tra le quali per esempio la legge 388 del 2000 sul credito d’imposta per gli investimenti nelle regioni meridionali; la legge 488 del 1992, “che ha finanziato la maggior parte dei ‘contratti di programma’ per attirare le aziende al sud”, ma che negli ultimi anni è meno utilizzata; terza classificata, la legge 808 del 1985 per il sostegno al settore aeronautico, che dal 2003 al 2008 “ha distribuito 4,5 miliardi a tutta la filiera aeronautica italiana, in particolar modo quella militare, costituita soprattutto dalle attività di Finmeccanica”, e altri 1,5 miliardi dal 2008 al 2010.
Negli scorsi giorni però, non appena qualcuno (il Terzo polo con il placet del Pdl) ha proposto di ridurre questi sussidi, seppure di pochissimo (3,5 miliardi l’anno), qualcun altro (il Pd per esempio) ha preso a riferimento cifre diverse per dimostrare la scarsa generosità degli aiuti statali. In particolare uno studio della società di ricerche Met, Monitoraggio economia e territorio, centro studi che si dice in grado di “rappresentare l’unica ricostruzione analitica delle politiche pubbliche per le imprese realizzata nel nostro paese”. La sua conclusione è che i finanziamenti netti – dai quali il Met esclude però quelli destinati a utilities, municipalizzate, agricoltura e trasporti, e l’esenzione d’imposta per utili reinvestiti concessa da Tremonti – sono pari a 2,7 miliardi nel 2010, in netto calo rispetto agli anni precedenti. “L’importo più basso di tutti i maggiori paesi europei”. Guarda caso, stessa cifra e stessi parallelismi della Marcegaglia. Anche Mario Baldassarri, già viceministro dell’Economia, ha suoi numeri: 50 miliardi l’anno.
Abbandonando per un momento la guerra delle cifre, tutt’altro che secondaria, si pone poi il problema di stimare l’efficacia degli aiuti statali al capitalismo italiano. Una valutazione più completa in tal senso non può che partire da casi che risalgono al recente passato. Nel maggio 2010, per esempio, in occasione di un convegno della Banca d’Italia sull’economia del mezzogiorno, l’allora governatore di Palazzo Koch, Mario Draghi, fu tranchant: “Le nostre analisi mostrano che i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci: si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive”. Della stessa idea è l’economista Gallo, che mette in discussione la “presunzione” di fondo che anima tutti questi interventi: quella di poter “pianificare”, dal centro e in maniera perfettamente razionale quali siano i settori più meritevoli e capaci di utilizzare gli aiuti pubblici. “Bisogna cancellare tutti gli aiuti pubblici, compresi gli scambi con l’Irap, che riguarda un altro piano – dice Gallo – E intervenire secondo tre direttrici. La prima: creare un clima di massima concorrenza. La seconda: selezionare attentamente la domanda pubblica, comprando solo beni e servizi ad alta innovazione. La terza: lo stato faccia ricerca solo dove i privati non possono ancora permetterselo. Qui, e solo qui, vanno impiegati denari dei contribuenti”.
Il tema è tornato al centro del dibattito in questi mesi perfino negli Stati Uniti, dove l’interventismo statale nell’economia è certamente limitato. Ieri il quotidiano finanziario Wall Street Journal analizzava ancora una volta il caso di Solyndra, un’azienda di pannelli solari della California finita in bancarotta nonostante i 535 milioni di dollari di prestiti elargiti su input della Casa Bianca, e a lungo indicata dalla Casa Bianca come una dimostrazione degli ottimi risultati che derivano dal sostegno statale all’iniziativa privata. Tutto bene, effettivamente, salvo il fatto che poi Solyndra è fallita. E ora, sostiene il quotidiano, anche nel paese più virtuoso d’Europa, la Germania, si assiste a casi simili: “Si tratta di un paradigma valido per l’Europa come per noi”, scrive il Wsj.
Ma tanto per modulare eventuali riduzioni di spesa, quanto per valutare al meglio l’efficacia degli incentivi, resta fondamentale una mappatura chiara delle erogazioni. Che a oggi non c’è. Come ammesso perfino dalla Ragioneria generale dello stato: “Si tratta di un lavoro importante in un’ottica di razionalizzazione della spesa”, ha scritto Nannariello sul Sole 24 Ore. Già il precedente governo lasciò scadere a febbraio una delega che sarebbe servita a riordinare i sussidi erogati dal ministero dello Sviluppo economico. Finora il premier Monti ha solo annunciato un processo di “spending review”, un programma di analisi e valutazione della spesa. Le resistenze non mancheranno, ma einaudianamente sarà necessario “conoscere per deliberare”. Anche per evitare che le future correzioni di bilancio continuino a essere fatte per lo più di aumenti delle tasse.